La recente Cassazione sugli stranieri e l’obbligo di conformarsi ai valori: “niente di nuovo sul fronte occidentale”.

La recente sentenza della Corte di Cassazione n. 24084 della I sezione Penale sul caso dell’indiano Sikh che girava con un coltello alla cintura secondo la tradizione propria della comunità di appartenenza, ha contribuito ad alimentare in certa parte dell’opinione pubblica precise prese di posizione riguardo l’obbligo gravante sugli stranieri di conformarsi ai valori della nostra società.

In realtà la sentenza non ha nulla in sé di sorprendente, specie se letta alla luce del dettato costituzionale e della stessa precedente giurisprudenza della Corte, benché le enunciazioni di principio in essa contenute scontino una certa approsimazione dal punto di vista linguistico e giuridico. A stupire, semmai, sono alcune reazioni che hanno trovato nella stessa il fondamento di proclami che, per partito preso, sembrano sposare la logica del “diritto penale dello straniero”, quasi possa configurarsi siffatta cornice dogmatica in un ordinamento, quale il nostro, generalmente ispirato all’indifferenza dello status rispetto alla commissione dei fatti di reato.

Ma torniamo alla sentenza. Nell’enunciazione del principio secondo cui lo straniero ha l’obbligo di conformarsi ai valori dell’ordinamento occidentale altro non c’è se non una chiara trasposizione, sul piano del diritto penale, dei principi del nostro ordinamento che, si badi bene, si applicano a tutti i soggetti in quanto parte del “patto” sociale fondante ogni Costituzione moderna.

Così i valori della libertà e dell’uguaglianza ed il riconoscimento dei diritti sociali nel loro nucleo essenziale che da questa traggono la loro linfa, sono parte della nostra tradizione sociale prima ancora che giuridica, ponendosi, da un punto di vista di gerarchia tra le fonti, al di sopra della Costituzione stessa. L’aver statuito che questi valori debbano trovare applicazione anche a chi riceve ospitalità nel nostro territorio secondo le leggi del diritto internazionale non rappresenta una novità degna di rilevo, né dovrebbe costituire un escamotage ermeneutico utili ai fini della costituzione di un diritto penale tagliato su misura, ma piuttosto dovrebbe rappresentare la cornice “giuridica” di riferimento per ogni soggetto la cui condotta deve anzitutto conformarsi agli stessi.

La Corte, per di più, richiama tra i valori fondanti anche il pluralismo scolpito dall’art. 2 della stessa Carta Costituzionale. Si può dire che non si tratta solo di un valore in sé ma di una sorta di sovrastruttura di riferimento di ogni valore, compreso il principio di uguaglianza stesso. Se non ci fosse la garanzia di una società plurale, infatti, come potrebbe definirsi il principio di uguaglianza che impone un riconoscimento giuridico delle diversità?

La diversità è e può essere anche quella dello straniero che pratica la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi costumi e la sua religione nel territorio italiano e ha pieno diritto di farlo. Al tempo stesso, è proprio dell’attività interpretativa del giudice soppesare le diverse tradizioni e libertà al precipuo scopo di scrutinare la liceità delle condotte.

Tuttavia, l’enunciazione della Cassazione appare semplicistica nel punto della necessaria conformità dello straniero “ai valori occidentali” contribuendo ad alimentare un dibattito extra-giuridico forse poco deferente degli stessi principi del nostro ordinamento e della funzione del giudice stesso.

E’ semplicistica in quanto l’obbligo di conformarsi ai valori del nostro ordinamento, infatti, non ha a che vedere molto con il concetto di sicurezza ed ordine pubblico se non nella misura in cui i limiti a tali concetti sono sempre il frutto di una specifica analisi fattuale che prenda in considerazione il caso specifico e non può trovare, in via astratta, nei valori e nelle tradizioni proprie di una diversa realtà sociale una scriminante adeguata e generalizzata. Si può legittimamente soggiornare nel territorio italiano rispettandone i valori ma l’applicazione pratica degli stessi, i limiti, il processo di bilanciamento insito in ogni interpretazione degli stessi è frutto di una concreta attività d’indagine che scruti al fondo le caratteristiche della “singola” azione. In tal senso, non avrebbe nemmeno molto senso scomodare i valori fondanti della Costituzione per giudicare un illecito se esso integra perfettamente, alla luce di un’indagine fattuale, la fattispecie scaturente dalla legge sulla pubblica sicurezza ed è per tale motivo che la Corte avrebbe dovuto meglio specificare, da un lato, la portata dei c.d. “valori” della nostra società anche allo scopo di evitare interpretazioni arbitrarie quali quelle che si sono registrate, dall’altro avrebbe potuto conferire una connotazione squisitamente giuridica degli stessi, riallacciandosi per esempio al principio del rispetto della libertà altrui al fine di agganciare la specifica censura della condotta alla fattispecie concreta. In un ordinamento giuridico improntato al principio di legalità la scelta di sciogliere i nodi interpretativi che il caso concreto propone riferendosi al sistema di valori “del mondo occidentale” può apparire per alcuni aspetti una prestesa apodittica se non suffragata da un ancoraggio testuale che abbia come riferimento specifico da un lato i valori costituzionali (positivizzati), i principi supremi posti al di sopra dell’ordinamento al cui interno vi sono ricomprese libertà di religione così come la libertà personale di ogni tipo che vanno concretamente valutate, dall’altro il tessuto ordinamentale di rango inferiore che da questo scaturisce.

A tal riguardo, se è corretto il richiamo all’ordinamento sovranazionale e all’articolo 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo secondo cui, «La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie in una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui. >>, tuttavia, la sensazione che si ha è che tale richiamo sia poco articolato e soprattutto non venga calato nella dimensione del caso preso in esame e degli specifici valori costituzionali che esso recepisce.

Giova segnalare che una maggiore precisione argomentativa è riscontrabile nella precedente sentenza n. 14960 del 2015 della Cassazione in cui la Corte, sia pur con estrema concisione, incardinava la sua valutazione sul piano giuridico ponendo in secondo piano l’aspetto della conformità ai valori occidentali: “in una società multietnica non è concepibile la scomposizione dell’ordinamento in altrettanti statuti individuali quanto sono le etnie che la compongono” ed ancora, partendo dall’analisi dell’art. 3 della Costituzione (principio di uguaglianza) stabiliva: “È essenziale, anche per la sopravvivenza della società multietnica, che chiunque desideri inserirsi in essa, verifichi preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti ancorché abitudinari e conformi agli usi e alle leggi del proprio Stato di proveniente con i principi e le norme che reggono lo Stato italiano”. Dunque, la Corte in questo caso utilizza una sequenza argomentativa più corretta riferendosi in particolare ad una cornice ordinamentale, tramite l’utilizzo di termini quali “statuto” e “norme” che, lasciando sullo sfondo argomentazioni di conformità “valoriale” della condotta, tendono ad ancorare e scrutinare la stessa sulla scorta di più precisi canoni giuridici di riferimento.

A meri scopi di completezza si noti come la condizione giuridica soggettiva non può essere tale da modificare lo statuto di questi diritti o da dettare deroghe alla corretta definizione dei principi in peius in sede di applicazione della legge penale. Si ricordino, a tal riguardo, le riflessioni della Corte Costituzionale (sentenza n. 249 del 2010) che, sia pur nel verso diametralmente opposto al caso affrontato di recente dagli ermellini qui in esame, giungevano alla conclusione per cui «la condizione giuridica dello straniero non deve essere pertanto considerata – per quanto riguarda la tutela di tali diritti [fondamentali] – come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi, specie nell’ambito del diritto penale»

In definitiva, la recente sentenza della Cassazione non aggiunge nulla di nuovo alle discussioni giuridiche ma consolida, sia pur in maniera poco convincente da un punto di vista espressivo, un principio che già al tempo dell’emanazione della Costituzione era il perno della stessa. Tutti (cittadini e non) dovrebbero essere parte di quel patto sociale che nato dalla liberazione al nazifascismo fa del rispetto della persona umana e delle libertà da essa scaturenti la base di ogni convivenza civile e censura ogni tentativo o azione tale da ingenerare la lesione o il rischio di una lesione dello stesso.

 

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