Il NO alla Riforma della Costituzione salva anche i principi della prima parte.

Perché prima e seconda parte della Costituzione non sono mai così distanti.

 

La Riforma contenuta nel ddl Boschi si propone di modificare solo la “seconda parte” della Costituzione, quella cioè che detta la disciplina dell’organizzazione dello Stato. E’ questo uno degli argomenti apparentemente più incisivi esibiti dal partito di maggioranza: la Riforma punterebbe solo a migliorare l’“efficienza” del sistema di governo, ad avere decisioni più rapide ed evitare le lungaggini insite nelle desuete prassi parlamentari che avrebbero vanificato per anni i propositi riformisti dei vari Governi.

Dalla constatazione dall’immobilismo parlamentare (considerato quasi congenito al parlamentarismo ma non del tutto veritiero) è derivato, dunque, l’approccio seguito e cioè quell’idea secondo cui l’unica strada possibile per ovviare ad una crisi del sistema parlamentare ed alle difficoltà decisionali connaturate ad esso sarebbe quella di rafforzare i poteri dell’esecutivo.

Già in questo assunto e nelle conseguenze in termini di scelte che ne sono derivate si rintraccia una prima sbavatura di metodo: se il problema era realmente costituito dall’ingessatura del sistema derivante dalle prassi parlamentari, si sarebbe potuto scegliere la strada di un ripensamento dei regolamenti parlamentari e non di un depotenziamento del ruolo del Parlamento. Anche laddove si fosse voluto valorizzare l’esecutivo, poi, si sarebbe potuto (e dovuto) partire dal rafforzamento degli strumenti di garanzia costituzionale assecondando una logica di equilibrio e separazioni tra poteri.

Tali opzioni sono state pregiudizialmente scartate nella misura in cui il ddl Boschi, letto in combinato disposto alla legge elettorale (c.d. Italicum), amplifica il peso del primo partito che sarà l’unico attore del sistema di governo e riduce sensibilmente i contrappesi e le garanzie del sistema espresse per definizione dagli organi super partes.

Al di là di tale pregiudiziale di fondo circa il ruolo delle aule parlamentari che sembra aver animato i riformatori e al di là delle scelte di metodo, un tema di sicuro interesse è costituito dall’impatto che una riforma di tal guisa che concerne, astrattamente, solo la “seconda parte” della Costituzione e cioè quella relativa all’organizzazione dello Stato, può presentare sulla “prima parte”, cioè quella che delinea i principi fondamentali e i diritti.

Bisogna, sostanzialmente, chiedersi in che misura i diritti della prima parte possano risentire di una riforma che sposta pesantemente l’asse politico-istituzionale a favore del Governo.

A questo riguardo, va sgombrato il campo dall’illusoria convinzione secondo cui ciò che concerne la seconda parte della Costituzione non sia direttamente incidente sulla prima parte: le due parti di un unico impianto normativo, benché abbiano apparentemente oggetti diversi, sono in realtà intimamente connesse ed il sistema dei diritti non è altro che la base dei valori su cui l’organizzazione dei poteri dello Stato è forgiata. Tale inscindibile legame è stato ampiamente ribadito dalla dottrina più recente (ex multis M.Luciani) e si fonda anche su riflessioni di ordine sistematico ravvisandosi precise rispondenze nel testo costituzionale.

Ma andiamo con ordine e poniamo attenzione, in primo luogo, al modo in cui i Costituenti hanno concepito il sistema dei diritti fondamentali.

Innanzitutto va chiarito che il tema dei diritti fondamentali va di pari passo con i metodi di interpretazione degli stessi nella misura in cui, dato che appare essere una costante dell’interpretazione fornita dalla Corte Costituzionale, ogni diritto non vive di vita propria ma si innesta in un sistema complessivo di diritti e principi che possono arricchirne il significato sotteso e/o limitarne l’estensione e l’applicazione concreta.

Il carattere genetico del sistema dei diritti fondamentali così come scolpiti dal Costituente è essenzialmente “compromissorio” tra diverse istanze sociali (cattoliche, liberali, socialiste) e lo stesso metodo del compromesso viene quasi elevato da metodo genetico a canone interpretativo del sistema nel suo complesso considerato. La trasposizione concreta dei diritti nella società e nella normazione primaria, il loro contenuto di diritto vivente, il loro concreto atteggiarsi sono, infatti, aspetti da condursi attraverso un’opera di costante di “bilanciamento” tra valori che, nella loro dimensione squisitamente applicativa possono, prima facie, apparire confliggenti ed autolimitanti.

A volte tale compressione reciproca è espressa all’interno della stessa disposizione ed in questo l’opera dell’interprete è agevolata a monte. Si pensi al caso dei diritti della c.d. “Costituzione Economica” dove i diritti individuali alla proprietà privata e dell’iniziativa economica privata sono bilanciati dall’“utilità sociale” e dalla “funzione sociale” (artt. 41 e 42), in cui si può dire che la grande norma della Costituzione in tema di uguaglianza sostanziale (art. 3) funziona nello specifico da limite espresso a diritti di libertà.

Altre volte i limiti sono impliciti e cioè sono frutto dell’opera di bilanciamento concretamente effettuata dall’interprete. E’ il caso, ad esempio, del limite della tutela del paesaggio e dell’ambiente che si pone quale limite immanente, benché non esplicitato nello stesso corpo dell’art. 41, al diritto dell’iniziativa economica.

Allo stesso modo, due principi possono convivere all’interno della stessa disposizione senza che uno possa dirsi limitativo dell’altro ma delineano entrambi, tramite una lettura necessariamente omnicomprensiva, il carattere della forma di Stato. E’ il caso dell’art. 5 dove “unità” dello Stato ed “autonomia” riferita al principio di decentramento convivono nella stessa disposizione senza che un principio possa dirsi regola e l’altro suo limite. Lo stesso articolo 5 è stato richiamato, del resto, in moltissime circostanze dalla Corte Costituzionale anche nell’interpretazione che la stessa ha fornito del titolo V riformato nel 2001, allo scopo di delineare più compiutamente i rapporti tra Stato e Regioni e il corretto dispiegarsi del principio di sussidiarietà.

L’esempio dell’intero Titolo V, parte II, della Costituzione vale, per altro verso, a testimoniare della strettissima connessione sistematica tra prima e seconda parte della Costituzione: le materie affidate a Stato e Regioni dal Titolo V non sono che la specificazione dei principi e a volte dei diritti fondamentali sanciti dalla prima parte.

Emblematico di una “trasversalità testuale” è il caso del diritto alla cultura che troviamo nell’art. 9 (prima parte della Costituzione) nella sua precisazione di principio costituzionale. Già nella sua enunciazione di principio l’art. 9 affida la tutela e la valorizzazione del diritto alla cultura alla “Repubblica” e sottintende un coinvolgimento di tutti gli enti territoriali connettendosi così con il riparto di competenze tra Stato e Regioni sancito dall’art. 117 Cost. (seconda parte della Costituzione).

Con questa sintetica analisi si è voluto appurare, da un lato, l’impossibilità teorica di delineare una demarcazione netta tra principi la cui applicabilità si connota per un’innegabile concatenazione tra essi in una logica in cui il carattere genetico fondamentalmente “compromissorio” della Costituzione assume, a livello interpretativo, le vesti di un costante ed ineludibile bilanciamento di valori e principi egualmente significativi. Dall’altro lato, anche sulla scorta dell’esempio del Titolo V e del sistema dei diritti che esso incorpora, si è cercato di chiarire i motivi per i quali risulta concretamente impossibile separare prima e seconda parte della Costituzione.

Occorre cercare di dare una risposta, in conclusione, all’interrogativo di partenza e cioè stabilire in che misura una riforma della seconda parte della Costituzione possa arrecare un vulnus al tessuto dei principi stessi. In tale senso, si può affermare che la misura del vulnus è direttamente proporzionale all’indebolimento del sistema parlamentare-rappresentativo ed all’affievolimento dei sistemi di garanzia: il profilo della tutela dei valori fondanti la Costituzione e la garanzia dei diritti fondamentali si lega a doppio filo, infatti, non solo alla struttura organizzativa ma anche al riparto di competenze tra enti territoriali ed alla concreta forma che assumono i rapporti tra organi di governo statali.

A tal proposito, giova la considerazione per cui proprio nella sede parlamentare (disciplinata dalla seconda parte della Costituzione) gli stessi Costituenti ravvisavano la sede più idonea ad una più efficace realizzazione dei principi costituzionali inseriti nella prima parte che, del resto, da una sede parlamentare (Assemblea Costituente) ebbero la loro genesi.

Se, infatti, la giusta premessa consiste nel concepire i diritti non come singole previsioni che vivono di vita propria in una logica di rigida separatezza ma, al contrario, come un insieme fatto di una sorta di comunicabilità costante e reciproche interconnessioni che riempiono di significato i diritti stessi e conferiscono ad essi la misura del loro concreto atteggiarsi anche sancendone i limiti, se tutto ciò è vero, non può che essere la sede parlamentare a dover necessariamente occuparsi di tutto ciò. E’ la sede parlamentare, infatti, quella in cui più opportunamente possono trovare riscontro e composizione le istanze variegate della società civile, espressioni di quel compromesso tra valori e principi che è la genesi dell’ordinamento costituzionale e le diverse sensibilità politiche e sociali ora, per esempio, propense ad affermare il principio di solidarietà sociale, ora il principio di libertà economica privata. Ed è proprio in tale sede che i principi dialogano l’un l’altro, non certo nell’ambito delle scelte dell’esecutivo dove la necessaria composizione di diversi punti di vista è spesso contenuta dalle esigenze del decisionismo e dove trasparenza e partecipazione sono altamente compresse ed assieme ad essi il controllo democratico e partecipativo che è anch’esso funzione dell’effettività di tutela dei diritti.

Già nelle più recenti esperienze di Governo a Costituzione vigente, si sono registrati casi emblematici in cui anche scelte delicatissime che attenevano a diritti più delicati e che richiedevano una delicata opera di bilanciamento si volevano decidere tramite decreto legge bypassando il dibattito parlamentare.

Si ricordi, a titolo meramente esemplificativo e per l’accesissimo dibattito che innescò, il tema del fine vita e la nota vicenda Eluana Englaro in cui si tentò la strada del decreto governativo che sfociò in una fortissima tensione istituzionale tra Presidente della Repubblica e Consiglio dei Ministri.

La Riforma Costituzionale in atto segnerà, in questo senso, una svolta in senso negativo a questa tendenza già in atto con il rischio di esautorare il luogo privilegiato per la riflessione e la composizione ed il bilanciamento dei valori, il Parlamento, di importanti decisioni afferenti ai diritti fondamentali, circostanza aggravata dal potenziale rischio di influenza del partito di maggioranza sugli organi di garanzia.

Come si accennava in premessa, infatti, a comporre il Governo potrà essere unicamente il primo partito e lo stesso potrà avere un’incidenza determinante sulla nomina degli stessi organi di garanzia (Corte Costituzionale, CSM, Presidente della Repubblica), anch’essi chiamati a vario titolo a tutelare i diritti fondamentali.

Ecco spiegati motivi di ordine logico-sistematico per cui prima e seconda parte della Costituzione non sono mai così distanti ed ogni riforma dei tratti organizzativi dello Stato è suscettibile di avere una diretta influenza sul sistema dei diritti.

In ultimo, una considerazione a carattere quasi aneddotico che ha lo scopo di “smontare” l’assunto metodologico da cui il legislatore costituzionale sembra essere partito: lodo Alfano, pareggio di bilancio, rinnovo delle missioni all’estero, legge Fornero, sono quattro leggi parlamentari approvate in tempi recenti a tempo record e testimoniano di un’efficienza parlamentare ricercata e raggiunta.

Forse la volontà politica di fare del Parlamento un organo più o meno efficiente conta almeno quanto ogni proposito di riforma dell’impianto costituzionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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